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UNA INTERVISTA AD ONORATO - PASTORE
DI TRANSUMANZA
di ALESSANDRO CLEMENTI
Onorato
è un pastore di transumanza. Alto, con i capelli tra il biondo
e il bianco, gli occhi azzurri animatissimi e un volto rosso e scavato,
mi siede vicino a tavola.
Si
festeggia la transumanza,
una complessa manifestazione che si ripete ormai da più anni
tra Roio, L'Aquila e Foggia per ricordare questa antichissima prassi
che fu la base della cultura e della ricchezza dell'Abruzzo montano.
"Le pecore non vanno toccate con i canucci tedeschi, come fauna
oggi i pastori - mi dice Onorato - perché il pastore soltanto
sa levie carezzevoli per le pecore e solo cosi la pecora da il frutto".
Sentenzia
Onorato e si infastidisce se mi permetto di non capire alcuni passaggi
della sua spiegazione. Con l'occhio sempre più acceso ormai
è calato nel ricordo di quella durissima avventura che era
il transumare. E sono tante, ancora, le cose che non capisco perché
Onorato cancella con il suo parlare per lo meno cinquant'anni di
omologazione culturale, lui che è forte viceversa di una
cultura che ha sfidato i millenni.
La
gerarchla del gregge: a capo di tutti il massaro
o vergaro una sorta
di re che regge la masserìa nella sua interezza e che è
legge, esecutivo, giustizia, provvidenza, terrore. Leggermente al
disotto il caciero,
ovvero quello che sa trasformare il latte, che sa fino a che punto
va scaldato e in quale momento si deve versare il caglio e a qual
punto la pasta separata dal siero va messa dentro le fuscelle, che
sono cesti di vimini, o dentro i cerchi, per farne le forme di cacio
attraverso una leggera, ma decisa pressione delle mani che toglie
gli ultimi residui di siero.
Poi viene il buttaro,
ovvero l'addetto ai servizi che trasporta durante la transumanza,
su muli, le reti, i pali, gli oggetti del pastore, le coperte, i
barili di acqua. Ogni redina di cinque muli vuole il suo buttaro.
Esso,
normalmente, precede di qualche ora l'arrivo del gregge e sistema
le reti. Attraverso questi si assicurano i rifornimenti che vanno
fatti due volte la settimana. E quando i muli scendono all'abitato,
si portano le pesande, ovvero i caci freschi per la salagione e
che pertanto vengono affidati ai caciolari che li curano. Poi finalmente
vi è il pecorale al quale viene affidata la morra di non
più di 350-360 pecore.
Qui
l'occhio di Onorato quasi si inumidisce. I particolari della descrizione
divengono minuziosi. Le pecore si distinguono sulla base del parto:
vi sono le vernarecce, che si figliano a ottobre o a novembre, le
cordesche che si figliano a marzo e te mulacchie che si figliano
ad aprile.
Le
vernarecce sono le più giovani, quelle nelle quali il seme
del montone (uno ogni dieci pecore) attacca più facilmente.
Il montone vive in mezzo alle pecore un mese circa per morra. Vi
è spazio di tempo sufficiente perché il tentativo
riesca per un buon numero. Per le cordesche si ritenterà
il mese successivo e così via via per le mulacchie. Ma chiedo
ancora della gerarchia e Onorato prosegue: sotto il pecorale v'è
lo scapolo addetto a tutti i servizi di masseria e infine, quello
che più fa tenerezza, il biscino il ragazzine che coglie
acqua e che para le pecore per farle entrare una alla volta nel
vado della mungitura. Il biscino lascia la famiglia quando ha meno
di dieci anni e percorrerà una carriera che da scapolo potrebbe
portarlo fino a vergare. Ma è dura per il biscino perché
molte volte dovrà farne le spese di quella condizione di
estrema precarietà cui tutti della . masseria sono soggetti.
Quando tornerà il biscino in famiglia? In estate e per non
più di un mese in tutto nel corso della stagione, come d'altronde
tutti gli uomini della masseria
Si dice paradossalmente del biscino, per indicare i servizi umilissimi
cui è adibito, che tra l'altro deve usare l'uncino, ovvero
il bastone ricurvo o pastorale che normalmente serve per agganciare
le pecore per la zampa posteriore, onde agganciare il vergare che
dorme sotto una pianta e muoverlo secondo il girare del sole per
modo che il vergaro stesso possa sempre riposare all'ombra senza
doversi svegliare per compiere l'operazione di spostarsi.
Cosa
mangiano nel corso della giornata gli addetti alla masseria? Al
mattino, prima che le pecore escano al pascolo e dopo che si è
operata la mungitura, pane cotto con le patate portate da casa o
con le foglie della cicoria. Quando è tempo di ricotta, se
ne distribuisce una cucchiaiata ( la cucchiaia è un utensile
che serve a schiumare la pasta dì formaggio). A sera stesso
cibo dopo il rientro delle pecore. Oppure si fa Ju crustu che sono
fette di pane abbrustolito con olio e sale.
Per
il rifornimento dei viveri il vergato consegna ogni mese a tutti
gli uomini un chilo di sale, un litro di olio, quaranta chili di
pane e, annualmente, tre pelli e mezza di pecora per confezionare
i cosciali e i giubbetti caldi e impermeabili, dodici chili di ricotta,
dodici di formaggio, un manto di pecora (tre chili circa di lana)
e una micischia (una pecora morta e seccata al sole).
Onorato non ricorda bene, ma gli sembra che negli anni trenta la
paga fosse di centoventi lire mensili.
Sia la paga che il formaggio e a volte anche la micischia venivano
tesaurizzati per la famiglia che al paese - incalza Onorato - doveva
pur mangiare.
Onorato
va su e giù col ricordo lungo il tratturo sessanta (largo
sessanta piedi) che a Centurelli si bipartiva e lui prendeva quello
che passa per Orsogna ed a Termoli tocca il mare. Fino a Serracapriola.
Di lì alle terre aride di Manfredonia.
Un
gregge di mille pecore ha bisogno almeno di duemila coppe di terra
per sopravvivere. Onorato fa a mente facili e rapidissime riduzioni
delle misure di Puglia. Faccio appena in tempo a segnarle: una canna
è uguale a venti versure, una versura è uguale a venti
coppe, sedici o diciotto versure sono uguali a un ettaro.
Ora
gli domando qualcosa sul tempo della produttività di una
pecora: sette o otto anni al massimo e per ogni gregge di mille
pecore si doveva provvedere al rinnovo, allevando almeno quattrocentoventi
agnelli che per due anni costituivano un investimento improduttivo.
Due anni dopo, finalmente, le agnelle o ciavarre potevano essere
montate.
Ogni
anno vi era lo specoramento delle pecore vecchie. Magre erano e
dalla carne stopposa ed elastica. In ogni gregge si allevavano castrati.
Venivano i macellai dalla Terra del Lavoro che erano abilissimi
nell'operazione. Ma oggi nessuno è più in grado di
castrare. Quello che vi fanno passare per castrato è solo
pecora - dice con malizia Onorato - pecora giovane, sia pure, ma
non eguagliabile con il sapore delle carni di castrato.
E qui Onorato a parlare delle ciavarre come a sciogliere un inno
alla giovinezza. Quasi scorre nelle sue parole un senso antico e
pagano della primavera della vita e del suo rinnovarsi in una dimensione
naturale che rende, la morte, se possibile, più accettabile.
E
l'amore? Un attimo di pudico riserbo di Onorato. Solo nel mese di
vita in famiglia - risponde secco quasi a scoraggiare ogni ulteriore
indagine -. E aggiunge: a tutti gli stenti ed alle privazioni della
nostra vita aggiungi anche questo e aggiungi il non aver avuto istruzione,
il non aver avuto nessun conforto dell'anima, neppure quello del
prete.
Si
inumidiscono ancora gli occhi di Onorato, mentre mangiamo una ciavarra
profumatissima e tenera. “L'ho scelta io” - mi dice
- e nessuno è più veramente in grado di capire la
diversità tra la pecora sterpa ovvero che non da più
latte perché non è in grado di darne, dalla ciavarra
che non ne da ancora, ma ne darà. Anche in questo caso un
inno fondamentale pagano alla giovinezza.
Ci
congediamo da Onorato come da un antico re pastore. Ne ha tutta
l'aria e il portamento. Tanto che tutti noi ci sentiamo appiattiti
in un anonimato senza speranza di riscatto.
Sì, Onorato è l'ultimo dei re e forse non lo sa.
Alessandro
Clementi
Le
ragioni di un gemellaggio.
di Giovanni Flore, Lion’s Club di L’Aquila – Aprile
1983
Tratto
da :
Legami secolari fra Abruzzesi e Puglie.
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(omissis)………………………………………………..
Oramai
il Tratturo non serve più.
Solo recentemente, nel settembre 1982, ad iniziativa di un Comitato
Interregionale Abruzzo-Puglia, si è voluto simbolicamente
riaprire l'antica via del Tratturo che legava, come un cordone ombelicale,
L'Aquila a Foggia, con una gara sportiva (una staffetta podistica)
chiamata appunto «Staffetta della Transumanza»
sul percorso L'Aquila-Pescara-Termoli-Foggia seguendo grosso modo,
il percorso dei Tratturi.
Una tappa della gara è stata Tressanti, all'inizio del Tavoliere,
proprio dove per secoli le greg-gi transumanti sostavano sia nel
viaggio di andata che di ritorno, per organizzarsi e riposare un
giorno. Ebbene, il 23 settembre del 1982, nel giorno dell'equinozio
d'autunno, si è tenuta in quella località la suggestiva
cerimonia storico-religiosa del gemellaggio tra Rojo (montagna dell'Aquila)
e Borgo Tressanti (porta settentrionale del Tavoliere).
Inizio e fine di un percorso segnato per millenni da generazioni
di pastori con i loro armenti, dal monte al piano, i due estremi
naturali che hanno segnato nel tempo la necessità di una
simbiosi tra popoli diversi decisi a sopravvivere con dignità
e onore. Due «Terminal» della via dell'amicizia, della
solidarietà fatta per uomini semplici che per secoli l'hanno
percorsa con la consapevolezza di essere i rappresentanti migliori
di una civiltà nata tra le innevate vette del cuore dell'Appennìno
e maturata nelle assolate piane pugliesi. «Rojo e Borgo Tressanti»
suona come il grido di battaglia dei Crociati francesi «Mont
Joìe et Saint Dénis» che indicava i due termini
del percorso ai pellegrini francesi diretti a Roma.
Da Tressanti nel 1579 il pastore Felice Calcagno portò a
Rojo il simulacro miracoloso della Madonna lignea, trovata misteriosamente
e portata in processione fino al Santuario di Rojo. Ora, sull’erba
del Tratturo, la processione si rinnova nel lungo pellegrinaggio
per portaretra genti diverse, lo steso segno di amicizia che affratella
i creati da Dio.
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