LA
CIVILTA’ DEL TRATTURO
di Walter Capezzali
Che
la storia della civiltà voglia ricordarsi oggi, agli albori
del Terzo Millennio, dei Tratturi e del mondo della Transumanza,
potrebbe ritenersi inutile accademia culturale. La recentissima
Enciclopedia Europea di Garzanti ha fatto giustizia sommaria dei
due termini che, del resto, già nelle analoghe opere dell'inizio
del XX secolo meritavano soltanto telegrafici accenni di carattere
meramente informativo.
A ben rifletterci, questo crescente disinteresse per un fenomeno
di ordine economico e sociale invero rilevante, durato — come
pochi altri possono vantare — per secoli e secoli, attraverso
tutte le diverse epoche, i diversi "evi" della nostra
storia; questo volerne affidare il ricordo soltanto alle specialistiche
pubblicazioni destinate agli eruditi, appare ingiusto ed immotivato.
La
"Civiltà del Tratturo" può e deve interessare
tutti ancora oggi, e non soltanto per quanto di istruttivo ed illuminante
può derivare da una attenta riflessione sulla vita stessa
dell'ambiente pastorale della transumanza; quanto, e soprattutto,
per gli effetti indotti da tale attività nel mondo circostante:
dagli impulsi ad una economia di tipo particolare e di solido impianto,
al sorgere di tradizioni di carattere religioso e folklorico, ai
riflessi avuti nello sviluppo di centri abitati, nel sorgere di
monumenti e di templi, nella promozione dell'arte e della cultura
in genere.
E
questa "Civiltà del Tratturo" può essere
letta, per così dire, chiaramente ancora oggi, in regioni
quali l'Abruzzo, il Molise, la Puglia, regioni indelebilmente e
nitidamente segnate dal periodico, rituale, impressionante movimento
della transumanza, da quello stagionale "scendere" e "salire"
che le greggi compivano, due volte l'anno, dai pascoli montani dell'Abruzzo
alle smisurate pianure pugliesi. Un segno rimasto non soltanto lungo
quella larga fascia di terra "marcata" dal passaggio di
milioni di pecore attraverso centinaia e centinaia d'anni; un segno
rimasto nelle tradizioni locali, come nelle pietre e nelle cose
di un mondo che viveva strettamente connesso a quello "scendere"
e "salire" delle greggi.
È
appena il caso di ricordare come questa "strada delle pecore"
abbia precorso le famose vie consolari romane; secondo studi recentissimi,
sembrerebbe che taluni itinerari e diramazioni dell'esemplare sistema
di viabilità realizzato da Roma, si siano addirittura materialmente
appoggiati ai tratturi. Del resto, già gli studiosi dei secoli
scorsi avevano rintracciato chiari documenti che datano almeno alla
fine del Terzo secolo avanti Cristo la regolamentazione dettata
da Roma per l'attività della pastorizia transumante.
Di
queste origini scriveva lo studioso foggiano Marc'Antonio Coda in
un prezioso volume stampato a Napoli nel 1666, ed ampiamente utilizzato
dall'aquilano Giovanni Battista Manieri nell'opuscolo sul sistema
della mena delle pecore in Puglia, stampato nel 1934.
Se
le origini sono quindi così lontane nel tempo, relativamente
vicina può ritenersi la fine della utilizzazione dei tratturi,
individuando nella seconda metà dell'Ottocento — e
nelle evoluzioni e rivoluzioni economiche e sociali di questo tempo
— le motivazioni che hanno determinato il definitivo tramonto
di quella attività. Non a caso, rivivendo con amore da abruzzese
radicato e con stile da narratore di rango gli anni a cavallo tra
il 1860 ed il 1863, Igino Di Marco ha titolato “La Baiarda”
il suo romanzo storico sulle ultime faville della transumanza. Baiarda
veniva chiamato, dal nome dell'inventore (Bayard), il modello di
locomotiva a vapore noto e funzionante in quegli anni sulle prime
linee ferrate dell'Italia Meridionale; e l'autore assume emblematicamente
quel nome, per legare il tramonto della transumanza tradizionale
all'avvento di un nuovo e rivoluzionario metodo di trasporto.
Quasi ventuno secoli (oltre duemila anni!) di storia "documentata",
dunque, per la transumanza e per i tratturi: ce n'è d'avanzo
per giustificare una sufficiente conoscenza del fenomeno non solo
— ripetiamo — da parte degli studiosi specifici, ma
possibilmente da parte di tutti i componenti del consorzio sociale,
cominciando a stimolare, perché no?, l'interesse e la curiosità
dei giovani, …...(omissis)
Quanto
detto, però, fino ad ora, potrebbe apparire semplicemente
encomiastico ed oleografico, se trascurassimo di accennare all'aspetto
meno esaltante e più drammatico della transumanza tradizionale:
il problema delle condizioni di vita e di lavoro dei pastori. Tale
problema ufficialmente non esisteva nell'antichità, quando
la schiavitù era una condizione codificata e prevista nella
struttura sociale; è invece emerso in tutta la sua consistenza
nell'Ottocento, quando cioè nuovi concetti sociali (la libertà,
l'eguaglianza, i diritti dell'uomo insomma) scaturiti dal sussulto
rivoluzionario francese della fine del secolo precedente, presero
sempre più campo, rimuovendo via via i metri di vita e di
lavoro fino allora imposti e subiti.
La
presa di coscienza di questi tempi più a noi vicini, permette
di valutare appieno le condizioni di estremo disagio in cui si svolgeva
il lavoro dei pastori della transumanza; lavoro affascinante, dunque,
ma duro e sofferto, con pochi momenti di relativo benessere e relativa
sicurezza, e molti tormenti quotidiani. Il lungo viaggio, i rischi
per le malattie degli uomini e degli animali, i pericoli di un itinerario
privilegiato dalle leggi ma insidiato dall'ostilità delle
popolazioni attraversate e dalla cupidigia dei briganti, l'avara
riconoscenza del "padrone" quando le cose "andavano
bene" a fronte della sua pesante insoddisfazioni quando "andavano
male", il rigore della gerarchia tra gli stessi pastori, le
primitive condizioni di vita che spesso apparivano più vicine
a quelle animali che a quelle umane.
Tutto
questo finisce per privilegiare, nel pastore, il vero protagonista
dell'epopea della transumanza, come colui che ha sempre pagato —
anno dopo anno, per secoli — lo scotto maggiore, portando
il fardello più pesante.
Ed
è il pastore anche il protagonista del primo fenomeno "indotto"
del quale vogliamo occuparci. Cosa esprimere, se non ammirazione
e rispetto, ad esempio per quei rari cimeli della vita pastorale
che possono agevolmente essere catalogati tra la migliore produzione
artigianale delle nostre zone? L'arte di trattare il legno, per
dare con l'intaglio e la figurazione anche un peso "morale"
all'oggetto necessario per il lavoro quotidiano, testimonia della
necessità che il pastore, protagonista non attonito della
"sua" giornata, aveva di impegnarsi in un lavoro creativo
anche quando la stanchezza, la sosta nel cammino, la pausa nel ritmo
quotidiano potevano fiaccarne la fantasia.
Analogamente,
trova di certo lungo i tratturi la sua prima radice, un qual diffuso
amore dei pastori per la letteratura, amore che si abbevera spesso
nella lettura e nell'apprendimento dei poemi epici e cavallereschi,
ma che arma di coraggio la mano dell'appena alfabeta e lo spinge
a cimentarsi con la poesia e la narrazione.
È
un pastore quel Massimo Paglia che affiderà ad un poemetto
in ottava rima la storia della tradizione religiosa della Madonna
di Roio, una delle vicende più suggestive che lega idealmente,
nel segno di una santa e riverita immagine, Roio e Lucoli (località
cioè poste, per così dire, nell'abruzzese "terminale
nord" della transumanza) con Tressanti, il bosco di Ruo, o
Ruvo (il dibattito degli studiosi sulla localizzazione precisa è
ancora in corso), comunque con le località pugliesi nelle
quali i pastori abruzzesi portavano le greggi per trascorrervi l'inverno.
E quest'ultimo passaggio ci conduce a valutare, doverosamente, il
non secondario ambito della tradizione religiosa, che con quella
folKlorica e con la vita popolare è strettamente connessa
e che va riguardata con rispetto e considerazione.
L'immagine
lignea della Madonna, rinvenuta nella terra pugliese, dal pastore
lucolano Felice Calcagno, trasportata fino a Lucoli la terza settimana
di giugno, miracolosamente "trasferita" davanti a San
Leonardo di Roio dove la giumenta che la trasportava s'era di già
caparbiamente fermata in precedenza (siamo nella seconda metà
del 1500, probabilmente nel 1579), questa immagine, oggi ricordata
nell'omonimo Santuario, è innanzi tutto la testimonianza
di un messaggio di fede solido perché profondamente radicato
per generazioni e generazioni nelle semplici ma sane popolazioni
dell'Abruzzo, del Molise, della Puglia.
Il
trasporto della statua della Madonna dalla Puglia ai monti dell'Abruzzo
Aquilano ha il sapore di un rituale e di una pratica santificante
ed assume, idealmente, il valore di viatico per lo stesso, ritmato
incedere delle greggi su e giù per il tratture. È
il conforto religioso che riscatta, per così dire, l'aspetto
meno esaltante, le mortificazioni e le umiliazioni di un'attivita
pastorale che, come abbiamo visto, troppo spesso viveva tra miserie
e difficoltà.
Per
queste considerazioni e per il consolidarsi nel tempo delle pratiche
devozionali legate alla Madonna di Roio (oggi nota anche come Madonna
della Transumanza), il fenomeno religioso nel mondo della transumanza
(questo particolare di cui ci siamo occupati, ma anche altre tradizioni
spirituali pur esse vivissime nelle terre "alimentate"
dai tratturi) va osservato con rispetto e considerazione.
Del
resto, di religione e di pratica devozionale è tessuto gran
parte del percorso dei tratturi, segnati spesso, e nei luoghi più
significativi e strategici, dalla presenza di chiese, cappelle e
simulacri, più o meno artistici, più o meno semplici,
che sono indubbiamente la prova di questo "appoggiarsi"
del mondo pastorale alla luce della religione pure nell'incedere
di un trasferimento stagionale che allontanava i pastori dalle famiglie,
dal focolare domestico e dalla vita comunitaria e parrocchiale.
Un
itinerario religioso lungo la linea dei tratturi sarebbe, in questo
senso, indubbiamente interessante. Potremmo indicare per esemplificazione
la fitta serie di antiche cappelle che segnano il percorso del tratture
nella Piana di Navelli; e, in questa stessa zona, potremmo prendere
a modello significativo quella chiesa di S. Maria dei Centurelli,
posta in corrispondenza di una fondamentale biforcazione del tratture
stesso, dove si conserva, addossato alla costruzione religiosa,
un tipico "rifugio" per i pastori, con l'antico pozzo
e l'angolo per accendere il fuoco. Qui, idealmente, necessità
spirituali e materiali del mondo pastorale della transumanza si
compenetrano con disarmante semplicità, al di là di
qualsiasi interpretazione rigidamente sociologica o scientificamente
speculativa, sia del fenomeno religioso, che di quello esistenziale.
Resta
comunque il fatto che la componente più rilevante del mondo
della transumanza è quella economica anche perché
ad essa si innescavano altri importanti fenomeni indotti. E qui
avevano innanzi tutto il loro "posto al sole", accanto
alle municipalità ed alle potenti comunità religiose,
quelle famiglie, in particolare dell'Aquilano e del Foggiano, che
costruiranno sugli armenti fortune resistenti nel tempo e testimoniate,
tra l'altro, dalla edificazione di palazzi, di cappelle e di templi,
cioè dal realizzarsi di fatti commerciali, artistici e culturali
che vanno quindi e comunque ricondotti all'economia della pastorizia
transumante.
Uno studioso ha recentemente e felicemente affermato, a questo proposito,
che gran parte delle significative vestigia architettoniche dell'Aquila
tra Trecento e Settecento "profumano di pecora", nel senso
che furono proprio le pecore, con il commercio della lana in primo
luogo, a permetterne la realizzazione.
E
l'accenno appena fatto al commercio della lana introduce una rapida
riflessione sul ruolo che esso ebbe, per diversi secoli ma in particolare
nel Rinascimento, sulle fortune e nelle vicende della Città
dell'Aquila, il cui particolare sviluppo — in epoche peraltro
segnate come poche da calamità naturali e da animosità
politiche e sociali — può tranquillamente essere legato,
per gran parte, al fenomeno della transumanza.
Piace
a questo proposito ritenere — usando un termine già
accennato — L'Aquila come una sorta di "terminale nord"
della transumanza (nelle sue immediate vicinanze il ramo più
importante dei tratturi "sboccava" nei pascoli montani
abruzzesi) e il "terminale sud" del commercio della lana
e dei tessuti.
Alla
pastorizia transumante si appoggiava, dunque, quel ceto commerciale
e borghese che accoglierà all'Aquila i corrispondenti dei
commercianti fiorentini, dei lombardi, dei francesi e dei tedeschi,
nei cui fondaci evidentemente confluiva il prodotto delle locali
lanerie e che divulgavano in Europa — sia detto senza enfasi
ma anche senza falsi pudori — la fama di una città
che aveva assunto, tra Trecento e Cinquecento, il ruolo di una vera
e propria "Capitale della lana".
Piace
ricollegare a questo evidente aspetto economico e commerciale, anche
il realizzarsi di fatti artistici e culturali di non secondario
momento. Il benessere, la ricchezza delle famiglie che controllavano
nel ruolo del "padrone" l'industria armentizia —
spesso, ricordiamolo ancora, a spese dei sacrifici indescrivibili
dei poveri pastori — sono le componenti che permettono anche
all'arte più accreditata di "illuminare" chiese
e civili abitazioni, monumenti e luoghi pubblici. E la solidità
dell'Arte della Lana è confortata dai suoi prestigiosi Statuti,
documento esemplare ma — soprattutto — prova provata
dell'enorme importanza che essa aveva nella vita sociale aquilana
di quei tempi.
Lo
stesso fatto che, nel novembre del 1481, un tipografo tedesco, allievo
di Gutenberg, Adamo di Rotweil, decida di portare il suo torchio
ed i suoi caratteri all'Aquila, per stamparvi alcuni pregevoli libri
ed introdurre in tal modo l'arte tipografica anche nell'Abruzzo,
prova almeno due circostanze: innanzi tutto, la notorietà
di cui godeva L'Aquila — collocata fuori dai più facili
itinerari tradizionali della cultura e della società italiane
ed europee, ma nodo indubbiamente fondamentale della via del commercio
della lana — presso gli ambienti pure per quei tempi abissalmente
lontani, come il Veneto, dove il Rottweil aveva precedentemente
lavorato, e la Germania, di dove proveniva; in secondo luogo, la
possibilità per l'economia aquilana di finanziare una impresa
culturale inedita e per questo costosissima, bisognava di "mecenati"
e di incentivi. Sia l'una che l'altra circostanza, ci riconducono
inevitabilmente all'economia commerciale che nasceva dallo stretto
aggancio con la pastorizia transumante e con il suo mondo.
La
"Civiltà del Tratturo" va quindi letta anche nelle
pietre e nei documenti dell'Aquila e non solo dell'Aquila, ma di
gran parte delle città abruzzesi, molisane e pugliesi, fino
alla città di Foggia, alla prestigiosa "Dogana"
nella quale le finanze statali riponevano, e giustamente, le loro
maggiori "sicurezze" per introiti rilevanti e garantiti.
Probabilmente,
il fascino particolare che emana dal mondo della transumanza e che
— lo ripetiamo — merita di essere riscoperto nelle sue
reali dimensioni, è in gran parte dovuto proprio alla poliedrica
fusione di tante diverse componenti. Storia, commercio, religione,
tradizione, economia, arte, urbanistica, socialità, politica,
per lunghi ed intensi secoli hanno avuto, per le nostre terre, una
prima giustificazione ed una prima leva motrice proprio in quel
pulsare di vita pastorale che percorreva i tratturi a ritmi scontati
e rituali, come una lenta circolazione di linfa vitale o —
se il paragone moderno piace di più — come i sicuri
"pistoni" di un enorme motore sociale.
Non
è compito di questo breve scritto, quello di approfondire
scientificamente i temi che sono stati rapidamente sfiorati; voleva
soltanto — e più modestamente — creare qualche
presupposto per alimentare nuovo interesse e giustificata curiosità
attorno a quella che abbiamo definita, senza troppo rifletterci,
la "Civiltà del Tratturo".
Walter
Capezzali |